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IL VIAGGIO DI ASTOLFO SULLA LUNA

“Tutta la sfera varcano del fuoco,/et indi vanno al regno della luna”. Così inizia il canto XXXIV dell’Orlando Furioso, in cui il protagonista, il paladino Astolfo, è condotto sulla luna da Giovanni evangelista  per una particolare missione: quella di recuperare il senno che Orlando ha smarrito per amore, in modo da restituire il paladino ai doveri della guerra. Dopo aver attraversato la sfera del fuoco, i due personaggi approdano sulla superficie lunare, che  appare loro liscia e lucida, “come un acciar che non ha macchia alcuna” (ott.70). Ma subito dopo sono le dimensioni a stupire i due viaggiatori, da loro paragonate a quelle del mondo terreno, proponendo, così, una nuova prospettiva da cui osservare lo spazio celeste. Vista da vicino, la luna appare “ugual o minor poco” di “questo globo”, cioè della terra; il deittico “questo” è sottolineato dall’anafora che gli associa l’aggettivo “ultimo”, in modo da accentuare la distanza maggiore che, rispetto agli altri corpi, separa la terra da Dio. 

La comparazione tra i due mondi opera in Astolfo una “doppia maraviglia”, generata dal mutamento di prospettiva  che lo porta a sperimentare la relatività delle grandezze: infatti, vista da vicino, la luna appare enorme, mentre osservata dalla terra somiglia a un “piccol tondo”. Accade il contrario per il globo terrestre che viene ora guardato da lontano e le sue dimensioni sono così ridotte da doversi sforzare per poterlo distinguere, nascosto nella sua lontananza e oscurità. Appare qui evidente uno dei valori fondamentali della concezione di Ariosto, ovvero la relatività. Astolfo, rendendosi conto delle mutevoli dimensioni che i due pianeti assumono, cambiando il punto di osservazione, mette in atto una sorta di rovesciamento della realtà conosciuta  e introduce l’idea che la lontananza delle cose ne riduca la visibilità e l’importanza fino a farle sparire. 

Dalle dimensioni l’autore passa poi alla descrizione del paesaggio lunare, e ciò che egli sottolinea in modo particolare è l’identità/alterità che lega la terra alla luna. Infatti anche su quest’ultima si trova un ambiente simile a quello terrestre, con la presenza di “fiumi”, “laghi”, “campagne”, “piani”, “valli”, “montagne” e “selve”. In seguito definirà un rapporto di simmetria perfetta tra i due astri: “Tu dei saper che non si muove fronda/ la giù, che segno qui non se ne faccia./Ogni aspetto convien che corrisponda/ in terra e in ciel, ma con diversa faccia.” (ott. 18). Ma se i sostantivi richiamano una natura conosciuta, l’anafora di “altri… altre”, agisce in senso opposto, sottraendo il paesaggio lunare al mondo che siamo abituati a vedere, e  trasferendolo nell’ambito del mistero e dell’ambiguità. Astolfo è subito condotto da san Giovanni nel vallone lunare, dove “si raguna” “ciò che si perde” sulla terra (ott. 73) per colpa degli uomini o per il trascorrere del tempo o per il variare della sorte. Strutturate sulle antitesi “qua giù/la su”, “qui/la”, che definiscono lo spazio in cui le cose si perdono e quello in cui si ritrovano, le ott. 74 e 75 presentano una serie di vicende umane in cui le perdite non sono dovute ai cambiamenti della sorte. Sulla vanità insistono gli aggettivi “inutil”, riferito al tempo, e “vani”, riferito alle speranze e ai desideri degli uomini  che accompagnano una lunga lista di debolezze umane: dagli amori infelici, al tempo sprecato al gioco, ai vani progetti irrealizzati.

Questa vasta presenza nel vallone lunare trova maggiore concretezza visiva grazie a particolari espedienti metaforici che trasformano idee astratte in oggetti reali che rappresentano le azioni inutili della presunzione umana. Le serie di metafore scendono gradualmente a un livello lessicale sempre più quotidiano e familiare: le “cicale scoppiate”, ott. 77, le “boccie (sic !) rotte”, ott.79, le “versate minestre”, ott. 80, accentuando il divario tra l’enfasi delle azione umane e il misero risultato finale e rendendo il sarcasmo più pungente. L’elenco, quindi, degli oggetti smarriti permette di farsi un’idea del punto di vista di Ariosto. Ciò che, in modo particolare, sembra essere venuto meno sulla terra è la capacità di rapporti sociali autentici e sinceri: la bellezza serve ad ingannare, l’amore non dà la felicità, la volontà dei morenti non viene rispettata, e così via. L’elenco suggerisce una critica sconsolata del modo in cui gli uomini vivono e interagiscono l’uno con l’altro. E l’emblema di questa esasperata corruzione è costituito dalla vita di corte: i doni ai potenti si fanno solo per il desiderio di benefici, i rapporti tra i cortigiani sono segnati dall’adulazione, i poeti riempiono di lodi non sentite i loro signori…  E tra le tante cose smarrite Astolfo vi colloca anche la fama  che costituisce uno dei più alti valori umanistici.

Essa è spesso rappresentata come l’unico modo per sfuggire, da parte degli uomini, al tempo e alla rovina di tutte le cose. Qui, invece, la fama viene dichiarata di breve durata e fondata sulle menzogne dei poeti, e quindi assimilata alle altre vane occupazioni dei cortigiani. Anche questo elemento ha, quindi, valore polemico nei confronti della cultura contemporanea. Allo stesso scopo altri autori, come Cyrano De Bergerac e Giacomo Leopardi, utilizzano il tema del viaggio sulla luna per presentare una realtà alternativa che possa servire da termine di paragone con lo stile di vita e la civiltà umana, di modo da avere un punto di vista esterno che possa giustificare la loro critica a stupidi  comportamenti e convenzioni umane. Ad esempio Cyrano, ne L’altro mondo ovvero Stati e imperi della luna, propone una realtà capovolta in cui gli abitanti della luna hanno l’usanza di portare maggiore rispetto ai giovani che agli anziani (“Eppure non è per nulla contro la retta ragione, perché, non è più adatto a governare un giovane pieno di vita, quando è in grado di progettare, di giudicare e di eseguire, che un infermo di sessant’anni? Quel povero rimbambito, cui la neve di sessanta inverni ha raggelato l’immaginazione, si lascia guidare dall’esperienza dei felici successi che ha avuto, e molte volte è stato solo merito della fortuna, contro ogni merito e comportamento dell’umana prudenza.”). O Leopardi, che nel Dialogo della Terra e della Luna, sottolinea l’impossibilità della prima di saper pensare nulla di realmente diverso da sé (“Ma invero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto.”). Nonostante le scoperte scientifiche abbiano fatto luce sulla vera natura del nostro satellite, non è venuto meno il bisogno di immaginare un punto di vista sulla terra capace di relativizzarne i caratteri. È un bisogno cresciuto insieme alla consapevolezza dei nostri limiti. Si sente la necessità di immaginare un punto di vista da lontano su ciò che conosciamo meglio: un punto di vista che possa aiutare la relativizzazione di valori non solidi e magari anche a ritrovare il senno smarrito. Con questa critica Ariosto riprende un tema caro alla cultura medievale: quello della vanitas, inteso come vanità e inutilità, e dell’ubi sunt? (cioè :dove sono?). È un topos che consiste nell’interrogarsi sul destino degli antichi, sulle imprese da loro compiute, sulle decisioni da loro prese. Questo topos ha, in origine, un valore religioso: la consapevolezza che i beni terreni sono fugaci e passeggeri deve spingere il cristiano a desiderare solo i beni celesti ed eterni. In Ariosto la vanitas assume un carattere unicamente laico. L’inconsistenza delle cose di questo mondo non trova consolazione nella speranza di un altro mondo, nemmeno in quello da lui immaginato sulla luna. Tra le migliaia di cose raccolte nel vallone lunare manca solo la pazzia, interamente destinata alla terra. Conseguenza di ciò è il fatto che vi si trovi in grande quantità il senno,  presentato come “un liquor suttile e molle” (ott.83), cioè un liquido molto sottile e pronto a vaporizzarsi all’istante. Ariosto allude, quindi, con chiarezza alla precarietà della condizione dell’uomo, sempre in bilico tra il dominio di sé e la perdita dell’equilibrio razionale. Non a caso l’autore ribadisce il fatto che Astolfo recupera anche la sua parte di senno andata persa, ma aggiunge che subito dopo finirà col perderla nuovamente a causa di un errore. Ariosto, dunque, presentandoci in modo continuo nella narrazione “l’error” umano in conseguenza del quale il senno si trasferisce nel vallone lunare, non fa altro che indicare la rottura dell’equilibrio razionale e il prevalere delle passioni e dell’emotività. Nell’ott. 85, Ariosto enumera le varie attività che mettono a rischio il senno umano: “Altri in amar lo perde, altri in onori,/altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;/altri ne le speranze de’ signori,/altri dietro alle magiche sciocchezze;/ altri in gemme, altri in opre di pittori,/ et altri in altro che più d’altro aprezze./ Di sofisti e d’astrologhi raccolto,/ e di poeti ancor ve n’era molto.” Tra queste appaiono anche l’arte e la poesia, tanto elogiata e esaltata da Ariosto ma che, come tutte le vane attività umane, conduce a un unico fine: la perdita della ragione. L’elogio umanistico dell’uomo si converte, quindi, nel riconoscimento del suo stato imperfetto, della sua natura precaria e sospesa nella realtà mutevole e confusa del mondo sublunare.