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Cavalcanti- Voi che per li occhi mi passaste il core

 

 

 

 

Lo stilnovismo tragico di Guido Cavalcanti

“I’ mi son un che quando Amor mi spira, noto,

e a quel modo ch’è ditta dentro vo significando!”

 

 è questa la breve e tagliente espressione che Dante utilizza nel XXIV canto del Purgatorio (v.52) per descrivere le proprie scelte poetiche a Bonagiunta Orbicciani da Lucca. Quest’ultimo, estasiato dalla bellezza formale e dalla singolare armonia dei versi, definisce la nuova corrente col trinomio “dolce stil novo” (Purgatorio, XXIV vv.55-57), distinguendola dalla produzione precedente per il modo di penetrare luminoso e semplice, libero dal “nodo” dell’eccessivo formalismo stilistico. Il Dolce Stil Novo segue e contrasta, infatti, grazie ad un approccio e ad una visione dell’Amore del tutto innovativa, la precedente corrente dell’Amor Cortese, introducendo, nei testi, riferimenti filosofici, morali e religiosi. Un ruolo di prim’ordine all’interno della nuova corrente letteraria spetta, dunque, all’ Amore che non è più un semplice corteggiamento, ma diviene motivo di nobilitazione ed elevazione spirituale. L’affermarsi di un nuovo concetto di Amore comporta senz’altro l’affermarsi di una nuova concezione della donna, adesso concepita come creatura divina dai tratti angelici che funge da intermediaria tra l’uomo e Dio, tra il mondo profano e quello divino. La figura della donna-angelo cessa, infatti, di essere una semplice metafora, come era presso i Provenzali e tende a divenire guida, protettrice oltre che stimolo a migliorarsi per il proprio amante. Tuttavia l’amore degli stilnovisti diventa sentimento compiuto solo negli spiriti nobili e gentili per animo e per cultura, solo in coloro che ne sanno capire le più alte valenze e che da esso si lasciano trasportare e scalfire sino a diventare degli “eletti”. Gli stilnovisti si considerano, infatti, una stretta cerchia di eletti, i “Fedeli D’Amore” che, dotati di una superiorità culturale e di una singolare raffinatezza spirituale, decantano ed esaltano le virtù e l’amore per la “Sophia”, la divina sapienza che, celandosi in sembianze di donna, conduce l’uomo dalla terra al cielo e dalla morte alla vita. Scompare ogni riferimento alla “fisicità” femminile: della donna si contemplano non tanto le parvenze fisiche, quanto il suo “Phantasma”, ossia la sua immagine che, sin dal primo incontro, rimane impressa nella mente dell’innamorato. La donna quindi, assumendo “d’angel sembianza”, diventa ora l’unico strumento di elevazione a Dio, l’unica speranza di salvezza spirituale. L’amore diventa, al contempo, opportunità di nobilitazione e di crescita spirituale, ma anche devastante esperienza tragica che mina l’unità e l’integrità dell’uomo. Questo è quanto accade in Guido Cavalcanti che, dopo aver rielaborato e riorganizzato le precedenti tradizioni letterarie, fissa un proprio canone tematico e stilistico, basato su un forte e pregnante interesse filosofico. Ispirandosi alle teorie filosofiche averroistiche, secondo le quali l’uomo sarebbe costituito da tre anime in eterno conflitto tra loro, Cavalcanti delinea, infatti, l’esperienza dell’amore come tragica e straziante, dinanzi alla quale nulla può neanche la stessa razionalità del poeta. L’amore causa, dunque, una completa disgregazione dell’io: quando, infatti, impetuoso giunge al cuore, sconvolge l’anima dell’amante, gettandolo nell’angoscia e nel tormento. Sono la tragicità e la spietatezza con le quali l’amore cattura l’anima e il corpo dell’amante, a suggerire a Cavalcanti l’idea di oggettivare il processo dell’innamoramento nel sonetto “Voi che per gli occhi mi passaste il core”, mediante una sorta di “teatralizzazione” della passione amorosa che vede quali attori protagonisti l’Amore stesso e l’anima del poeta. Tutta l’azione teatrale del sonetto è, infatti, incentrata sullo sguardo devastante della donna che, attraverso il suo fascino angelico, fa sì che l’Amore penetri indisturbato, attraverso gli occhi, fino al cuore del poeta, causando un eterno conflitto tra cuore e anima. Prima dell’innamoramento, infatti, la mente del poeta dormiva e pertanto l’anima, non stimolata, si trovava in un profondo stato d’inerzia e di apatia, in quanto costretta ad accettare passivamente la realtà. è la forza distruttiva della passione amorosa, dunque, a riaccendere e a mettere in moto il cuore del poeta, spingendolo verso la ricerca intellettuale e verso la comprensione razionale delle cose. Tuttavia il lento risveglio dell’animo non è l’unico effetto del sopraggiungere dell’Amore, rappresentato come un valoroso guerriero intento a scagliare la freccia: esso, infatti, causa la frantumazione e la dissociazione dell’ “io lirico”, riducendolo in uno stato simile alla morte. La contesa tra Amore e cuore assume, infatti, le forme di una vicenda bellica: l’Amore, penetrato all’interno dell’uomo, ferisce con forza e mette in fuga gli “spiriti”(v.6). Questi nuovi protagonisti dell’azione sono entità che hanno un preciso significato nella filosofia, ma anche nella medicina averroistica ispiratrici di Cavalcanti. Con la dottrina degli “spiriti” si spiegano, infatti, le facoltà sensoriali dell’uomo o i moti dell’animo. Secondo la filosofia averroistica,infatti, si muovono continuamente nel corpo umano e comunicano agli organi la virtù vitale. Nel sonetto, il poeta, analogamente, a quanto fa per la “mente” (v. 2), alla quale attribuisce metaforicamente un’azione umana, quella del “destarsi”, personifica anche gli spiriti intesi quali elementi costitutivi dell’organismo umano. Essi si raccolgono, quasi a difesa del cuore, ma poi sono sgominati e messi in fuga inesorabilmente dall’Amore. L’elenco dei “personaggi teatrali”, però, non è ancora completo: Cavalcanti mette, per così dire, in scena anche l’aspetto fisico di chi ama e la sua flebile voce, elementi che, dopo la disfatta degli spiriti, rimangono in balia dell’Amore. La persona del poeta-amante viene, dunque, scissa in tante parti protagoniste di una battaglia dalla quale l’Amore esce trionfatore e l’uomo “disfatto”. Nelle due terzine finali Cavalcanti torna a descrivere la stessa azione delle quartine solo con pochissime variazioni. Il sonetto si struttura, quindi, in forma circolare: non c’è svolgimento, ma ripetizione angosciosa di una situazione immutabile. Cavalcanti presenta, infatti, una sequenza di fotogrammi che descrivono una situazione unica e immobile, ripresa simultaneamente da diverse angolazioni. Di nuovo, l’Amore colpisce il cuore dell’amante con un dardo portando l’anima a riscuotersi. Quest’ “anima” non è, però, da intendersi in senso cristiano. Per la dottrina averroistica, infatti, essa non è immortale: al singolo uomo sono date l’anima vegetativa e l’anima sensitiva destinate a perire con il corpo, nonché una terza”anima”, quella razionale, che, però, non appartiene al singolo, ma all’intera umanità. Si potrebbe asserire che il termine “anima”, alla fine del componimento, stia ad indicare quella razionale, sinonimo perfetto di una “mente”, sbigottita ed impotente di fronte alla morte della parte sensitiva. L’atto teatrale si conclude, infatti, con la constatazione della “morte” del cuore. Si tratta, ovviamente, di una morte metaforica, risultato dello sconvolgimento portato nell’uomo dalla passione che lo avvince, impedendogli di elevarsi alla conoscenza intellettuale. Se l’Amore è connesso con la Morte, se è vero che l’uno implica l’altra, si comprende come, su una uguale linea lirica, Leopardi abbia potuto, secoli dopo, asserire: “Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte ingenerò la Sorte” (Amore e morte vv. 1-2). Il sonetto, costituito metricamente da endecasillabi a rime incrociate nelle quartine e ripetute nelle terzine secondo lo schema ABBA ABBA CDE CDE, si rifà anche sul piano lessicale ai canoni stilnovistici, ma è del tutto nuovo per quanto riguarda il rigore scientifico col quale utilizza i sostantivi. La parola “core” (v. 1) che in Guinizzelli ha un significato del tutto generico tanto da poterla rendere anche con animo, infatti, qui va intesa nel suo significato strettamente fisiologico. Lo stesso si può dire per “mente”(v.2), “anima”(v.13) e “spiriti”(v.6) che vanno interpretati secondo la dottrina averroistica. Questa precisione terminologica risponde all’esigenza di oggettivare il sentimento amoroso: il poeta non intende affatto esprimere la propria passione, ma analizzarla, dandole concretezza visiva. Si può concludere che la poetica cavalcantiana non vuol essere la riproduzione di una vicenda personale, ma aspira ad avere un significato universale e assoluto. Per fare ciò, il poeta fissa dei precisi “codici” e delle convenzioni, “mette in scena” la sua interiorità, per rappresentare le conseguenze che può produrre su un amante la visione della donna amata. Tali conseguenze sono chiaramente connotate in senso negativo. Ciò è enfatizzato, infatti, dall’uso di verbi che rimandano quasi tutti a idee di violenza e di distruzione, ad esempio “passaste”(v.1) (nel senso di trafiggeste), “sospirando”(v.4), “distrugge”(v.4), “tagliando”(v.5), “disfatto”(v.9), “tremando”(v.13), termini riconducibili all’area semantica della guerra, privilegiata, per la sua icasticità, da Cavalcanti. Di grande efficacia, inoltre, è l’uso dell’espressione “parla dolore” (v. 8), nella quale il verbo “parlare”, usato transitivamente, è correlato al complemento oggetto “dolore”, non connesso con il campo semantico della lingua. E’ come se la poesia di Cavalcanti, realmente disperata e prigioniera dell’impasse tra l’ inerzia ottusa dell’ignoranza e un desiderio di conoscenza deluso,abbia almeno un esito positivo:la possibilità della scrittura poetica. Per quel che riguarda gli aggettivi, è frequente l’uso di diminutivi con connotazione affettiva: ne costituiscono un esempio  “deboletti” (v. 6) che designa gli spiriti sconvolti dalla passione d’amore. A livello sintattico, il sonetto è costruito in modo lineare e simmetrico con un ritmo fluido e omogeneo per la mancanza di enjambement, ma non perde la dolcezza e la raffinatezza già tipiche della poetica guinizzelliana.

Sulle orme di Cavalcanti

Distintosi per la singolare eleganza e raffinatezza dello stile, Cavalcanti fu oggetto di studio di numerosi scrittori. In particolare l’americano Ezra Pound, dopo aver fatto un viaggio in Europa nel 1898 ed essere rimasto colpito dalla bellezza e dall’eleganza delle lingue romanze e in particolare della tradizione stilnovistica, si concentrò soprattutto sulla poesia di Cavalcanti, traducendo in lingua inglese numerosi dei suoi sonetti tra i quali  il celebre “Voi che per gli occhi mi passaste ‘l core”. La traduzione di Pound (e 1 ), non stravolge la versione italiana di Cavalcanti in quanto egli cerca di preservarne la qualità ritmica, la musicalità e la forza delle emozioni. Tuttavia nella versione inglese del sonetto si trovano enfatizzati aspetti ai quali Cavalcanti dedica minore attenzione nella sua versione originale. Pound non fa, dunque, una vera e propria trasposizione letteraria, ma tende a riprodurre fedelmente le immagini del testo, vista anche la chiara difficoltà di rendere l’effetto delle parole italiane in lingua inglese. A questo proposito è da notare come enfatizzi la violenza con cui l’amore irrompe nel cuore dell’amante mediante la sostituzione del complemento “ per gli occhi” della versione italiana con l’espressione “ breach mine eyes”, letteralmente “faceste breccia nei miei occhi”, nella versione inglese. Il verbo “breach” utilizzato da Pound, già di per sé di suono molto forte, è, inoltre, preceduto dall’ausiliare “do” per enfatizzare ancor più la violenza con cui il fascino femminile sta trafiggendo il cuore dell’amante.

L’autore continua, poi, con lo sconvolgere totalmente la strofa, giocando con i termini saw (in italiano: guardate) e my life (in italiano: vita mia), capovolgendo il loro ordine per sottolineare ancor più il senso di sconvolgimento dell’anima. Nella seconda strofa, invece, Pound elimina la metafora dei “deboletti spiriti”, per parlare direttamente dei sensi che, sconvolti dall’amore, vengono inesorabilmente distrutti. Interessante è anche notare la sostituzione operata da Pound dell’espressione italiana “questa virtù d’amor” (v.9) della prima terzina con il semplice sostantivo inglese “Love”, facendo perdere al testo il riferimento filosofico che Cavalcanti aveva creato con il mondo averroistico. è da notare, poi, anche l’immagine suggestiva e dal duplice significato creata da Pound nell’ultimo verso della traduzione inglese “sinister side”. Se l’aggettivo arcaico “manco” (v.14) dà al testo italiano l’idea della posizione del cuore, nella versione inglese “sinister” può assumere una duplice accezione. Esso, oltre ad indicare la parte sinistra del corpo umano, sede del cuore, infatti, rende l’immagine della potenza “sinistra” dell’amore capace di sconvolgere l’animo umano. Pound, come Cavalcanti, per esprimere la brutalità con la quale l’Amore, attraverso gli occhi della donna, colpisce il cuore dell’amante, utilizza un linguaggio fortemente espressivo, ricollegabile ad un’atroce scena di guerra. Sul piano stilistico è, inoltre, da sottolineare che mentre Cavalcanti scrive nel linguaggio contemporaneo ai suoi tempi, Pound nel tradurre il sonetto compie anche un processo di arcaicizzazione della lingua, usando forme linguistiche desuete per conferire all’inglese quasi l’antichità propria del dialetto fiorentino adoperato dal poeta stilnovista. Ciò che non cambia è la visione dell’amore come tormento e sofferenza. Esso ci muove. Può condurci all’inferno come al paradiso. Comunque ci porta in un luogo diverso da quello nel quale siamo sempre stati. Per questo non accetta catene, si ribella alle imposizioni e rifiuta la monotonia. è dinamicità e contrasto. è libero. Sbaglia chi crede di possederlo una volta e per tutte. Esso esige una conquista continua, incessante e faticosa. è, dunque, quel qualcosa che ci fa spostare mare e monti, che inconsciamente ci modella e ci consuma, che ci provoca quella tacita bufera che si risolverà inesorabilmente nel devastante ed eterno tormento di anima e corpo.